Briciole di pane



Con la diversità di pensiero l’innovazione aumenta del 20%

Con la diversità di pensiero l’innovazione aumenta del 20%

25 Settembre 2019

La "diversità di pensiero" è sinonimo di creatività e in azienda contribuisce ad aumentare l'innovazione del 20%, consente inoltre di individuare in modo più efficace i rischi riducendoli fino al 30% e migliora il processo decisionale fino all'87% implementando condivisione e fiducia. Se poi alla diversità cognitiva e demografica dei gruppi di lavoro (persone diverse per strutture mentali, genere, razza/etnia, provenienza geografica e sociale) si combina la strategia inclusiva, allora raddoppiano le possibilità di raggiungere i target finanziari, triplica la dinamicità del business, sestuplicano le capacità di innovazione. Sono alcuni dei risultati della ricerca che Deloitte presenterà oggi a Bologna, in occasione della prima manifestazione nazionale dedicata a "Global Inclusion - Generazioni senza frontiere", che chiama a raccolta l'ecosistema italiano di imprenditori, manager, professionisti, accademici del mondo profit e no-profit per sostenere e diffondere il valore di una leadership inclusiva che valorizzi i talenti individuali: sono già mille le presenze registrate e attese a Fico-Fabbrica italiana contadina.

«L'appuntamento anticipa gli obiettivi dell'Agenda Globale 2030 e riprende i principi ancora attualissimi dell'articolo 3 della nostra Costituzione, che impegna tutti i soggetti a promuovere l'effettiva partecipazione dei cittadini alla vita economica, politica e sociale del Paese. L'innovazione tecnologica può sostenere la risoluzione delle tensioni sociali sempre più profonde in atto, ma non le risolve. Serve innovazione sociale e, a Bologna, per la prima volta imprese profit e del terzo settore dialogheranno sullo stesso piano, superando tutte le categorie tradizionali», spiega Luigi Bobba, presidente del Comitato Global Inclusion Art. 3 (già sottosegretario al Lavoro) promotore dell'evento.

La scelta di Bologna e della data non è casuale: la città oltre a essere crocevia geografico del Paese, ha nel Dna storico l'inclusione. In una giornata, quella del crollo delle torri gemelle, che rievoca odio e conflitto, è stata scelta come spartiacque tra il pensiero divisivo del passato e un futuro dove «la contrapposizione tra capitale e lavoro, tra profitto e responsabilità sociale, diventa improduttiva. Oggi sono gli stessi azionisti delle grandi corporation americane a chiedere rendiconti non finanziari delle attività di diversity inclusion, consapevoli che sono garanzia di maggiore profittabilità», sottolinea Andrea Notarnicola, il padre della global inclusion in Italia.

Lo studio Deloitte dimostra che i migliori risultati di business si ottengono quando la diversità (di cultura, di genere, di orientamento sessuale, di opinione, di formazione, di salute, di abilità) si abbina all'inclusione di tutte le forme di talento in un ambiente lavorativo rispettoso, aperto, in grado di valorizzare l'unicità di ogni individuo e di creare senso di appartenenza. In questo i manager giocano il ruolo determinante: il 70% del successo delle politiche di inclusione dipende da loro, soprattutto nei confronti delle minoranze. E tra le storie spiccano quelle di Ibm e di Auticon. «IBM già nel 1914, tre anni dopo la sua nascita, assunse il primo disabile, 76 anni prima che l'America imponesse una legge ad hoc; nel 1934 stabilì il diritto a un medesimo salario per uomini e donne; nel 1954, in anticipo di 11 anni sul Civil rights act, mise in pratica l'Equal opportunity policy che escludeva discriminazioni di razza, colore e credo; e nel 2014 è stata nominata l'azienda più inclusiva per Lgbt», racconta Floriana Ferrara direttore della Fondazione IBM. La piccola multinazionale tedesca Auticon, fornitore di servizi IT, nata in Germania nel 2013 e presente in 7 Paesi, tra cui l'Italia, è invece la testimonianza di come si possa fare buon business esplodendo le diversità: «Impieghiamo esclusivamente persone autistiche come consulenti, una squadra internazionale di 300 "neuro-atipici", supportati da psicologi, - spiega il ceo di Auticon, Alberto Balestrazzi - e grazie alle loro capacità innate e speciali nella logica, nel riconoscimento degli errori e degli schemi operiamo come azienda profit a tariffe piene e con buone marginalità, mentre nel 90% dei casi gli autistici non trovano un lavoro adeguato sul mercato».

BIBLIOGRAFIA
Il Sole 24 Ore, articolo di Ilaria Visentini

 

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